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Lettera di Monica
 

 

La scelta di ospitare un bambino bielorusso maturava già da un paio d'anni in famiglia e finalmente, dopo un giro di telefonate ad amici, abbiamo avuto il numero di telefono di Massimo.
Da quel momento in poi si sono susseguiti tanti incontri con le famiglie componenti l'associazione, scoprendo che ne facevano parte vecchi amici, ma anche tanti volti nuovi.

Nel frattempo i mesi passavano e si avvicinava sempre più il fatidico giorno dell'arrivo dei bambini: 26 giugno 2004.

Mai, durante questo tempo di attesa, sono stata preoccupata pensando di non essere capace di occuparmi del nostro ospite. Mi sembrava naturale, ero tranquilla, e con me mio marito Giorgio e i nostri figli Edoardo, Gabriele, Celeste e Maddalena.
Era come l'attesa per l'arrivo di un nuovo figlio: niente preoccupazioni e tanta gioia.
All'arrivo dei pulman sulla piazza la stessa sensazione di quando vedi per la prima volta un figlio appena nato: un groppo in gola per la felicità.
La sola differenza era che non sapevamo chi, in quel gruppetto di piccoli bambini smarriti che si guardavano timorosi attorno, fosse il nostro Serhei.
Tenevano tutti lo sguardo basso, le spalle un po' curve a coprire il collo, le manine strette intorno ad un bagaglio prezioso.
Attorno a loro, i ragazzi e le ragazzine che già conoscevano le famiglie gridavano e chiamavano i loro genitori e i loro fratelli "adottivi".
Quando abbiamo chiesto chi tra i più giovani fosse Serhei, due manine si sono alzate, lasciandoci nuovamente nel dubbio, anche se intuivo che sarebbe stato quel biondino che si trovava già accanto a noi.
A quel punto gli occhi mi si sono riempiti di lacrime, tanto da non riuscire ad alzare lo sguardo e a profferire parole.
Il desiderio di abbracciarlo e farlo sentire come a casa sua, tra persone che gli volevano bene, era forte.
Ripresami sono riuscita a fargli capire che sarebbe stato con noi, presentandogli ad uno ad uno i miei figli , poi Giorgio e me.
Con questo semplice gesto il volto di Serhei pareva già trasformato, tranquillizzato ed aperto verso questi nuovi amici stranieri.
L'arrivo a casa, l'impatto con il cortile, il nostro cortile, luogo di crescita di ben otto cuginetti, è stato facilissimo.
Sceso dall'auto gli abbiamo presentato la bicicletta con cui avrebbe girato tutto il mese di permanenza: è stato amore a prima vista!
Dapprima incerto, come se fossero stati tanti anni che non ci saliva sopra, poi sempre più sicuro, non l'ha più abbandonata per un mese.
La sua specialità: le sgommate sulla ghiaia con sollevamento di una bella nuvola di polvere, per poi girarsi indietro a controllare il risultato, soddisfatto.
Occhi ridenti e sorriso a bocca aperta. Questa la prima immagine che abbiamo avuto di lui e quella che ci ha accompagnato sempre. Se incontravamo il suo sguardo tra la gente da cui eravamo attorniati, ci gratificava sempre di quel sorriso.
E così è stato tutto il mese. Sempre disposto alle novità, ad assaggiare ogni piatto sconosciuto in tavola, a seguire chi lo invitava, a correre incontro a mio marito che tornava dal lavoro, pronto all'ora di lavarsi (che passione la doccia!) e anche a quella di andare a dormire.
Ciò che vedeva fare ai miei figli faceva: se spreparavano il tavolo lui spreparava, se guardavano la Tv lui stava davanti alla Tv e così via.
Era giunto con in tasca un minuscolo biglietto con un numero di telefono, che ha chiamato la sera dell'arrivo. In seguito non manifestava mai il desiderio di altre chiamate.
Durante la cena con un'interprete abbiamo pensato di telefonare a casa e scoprimmo che si trattava di uno zio, che ci suggeriva di chiamare la nonna, la quale avrebbe avvisato la mamma.
Da quel momento in poi, sì che voleva chiamare casa più spesso! Raccontava tutto quello che avevo preparato da portare a casa per i suoi familiari, con euforia descriveva la gita in montagna, la salita sulla funivia e la discesa con la seggiovia. Nell'eccitazione parlava in italiano con la mamma e in russo con me.
Quando gli abbiamo detto che mancavano pochi giorni alla sua partenza, si è animato di uno spirito nuovo. Ritirava ogni cosa gli venisse regalata in un piccolo zaino e controllava ciò che io sistemavo nella valigia grande.
Il giorno prima abbiamo preparato una festicciola, invitando una ventina degli amici che aveva conosciuto in paese. Al momento di aprire i regali a lui destinati, si udivano solo grida di gioia, esclamazioni di meraviglia per una piccola macchinina, una scatola di pennarelli o un robot che usciva dal pacco.
Gli adulti erano affascinati dallo spettacolo di gioia semplice che scaturiva da lui, i bambini divertiti. Abbracciava tutti i suoi amici, li baciava, lasciandoci increduli di fronte a tanta felicità.
In questo mese abbiamo avuto nuovamente la conferma che la gioia di dare, di condividere con chi è meno fortunato di noi, è sempre appagante, anche se abbiamo ricevuto da lui tanto di più in tutto, di quello che noi abbiamo donato a lui.

Monica

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